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Identità

Qual era il tuo posto a tavola? I ruoli che impariamo in famiglia

Pensa al pranzo della domenica di quando eri bambina, la tovaglia speciale tirata fuori per l'occasione, il profumo che arrivava dalla cucina già dalla mattina, le voci che si sovrapponevano, e prova a ricordare dove eri seduta e soprattutto cosa facevi lì, mentre gli adulti parlavano. Forse eri quella che non dava problemi e finiva tutto nel piatto senza che nessuno dovesse dirlo, o quella che appena l'aria si faceva tesa diceva "dai, non litigate", o quella che arrivava a tavola con il bel voto della settimana. Ogni famiglia, anche senza dirlo, assegna i posti a tavola, e noi da piccole li impariamo prestissimo, molto prima di saperli nominare.

Ci sediamo lì perché è il modo più naturale che abbiamo per sentirci parte di qualcosa, e anche per meritarci quel posto: osserviamo cosa fa sorridere i grandi, cosa li calma, cosa serve perché il pranzo vada bene, e piano piano diventiamo quella che pensa a tutto, quella che dice la verità, quella che non si nota perché è più facile così. Jennifer Freed, psicologa e astrologa, nel suo libro La mappa della tua anima racconta proprio questo, che il ruolo ricevuto nella famiglia d'origine diventa una parte importante della nostra identità e del modo in cui ci presentiamo agli altri, e quando l'ho letto ho pensato subito alla mia tavola.

Quel posto però non resta in sala da pranzo, ce lo portiamo dietro quando usciamo di casa, al lavoro, in coppia, con le amiche, nei gruppi in cui entriamo per la prima volta: quella brava diventa la collega che non chiede mai aiuto anche quando è sommersa, quella che metteva pace è l'amica che si fa carico delle tensioni di tutti, quella che doveva brillare si sente all'altezza solo quando fa qualcosa di eccellente, quella che pensava a tutto fa fatica a sedersi sul divano senza sentirsi in colpa (sì, anche la domenica!). Lo facciamo quasi sempre senza accorgercene, perché quel ruolo è diventato parte di noi, un modo di stare al mondo, e a un certo punto smettiamo di distinguere dove finisce lui e dove cominciamo noi.

Quel posto, però, ci ha anche protette, perché da bambine era il modo più naturale che avevamo per appartenere, e tante delle qualità che oggi gli altri ci riconoscono vengono proprio da lì, l'affidabilità, l'impegno, la cura verso gli altri, il coraggio di dire le cose, uno sguardo attento sul mondo, etc. Per questo riconoscerlo è un gesto gentile verso di sé, e magari all'inizio fa un po' sorridere, o un po' male, perché sì, è normale ritrovarsi lì dopo tanti anni, seduta sulla stessa sedia anche quando nessuno ce lo chiede più.

Io ero quella che… dice la verità! A volte troppo diretta, a volte scomoda, ma sentivo che quello era il mio posto, e per tanto tempo è stato il mio modo di stare con gli altri, ben oltre quella tavola. Sarà sempre parte di me, ma oggi voglio scegliere quando farmi rappresentare da quel ruolo, senza sentire il bisogno di rivendicarlo ogni volta.

Se vuoi provare a riconoscere il tuo posto puoi partire da domande semplici, magari con un quaderno accanto e dieci minuti tutti per te: cosa facevi a tavola per sentirti parte della famiglia? Cosa succedeva quando non lo facevi? In quali situazioni di oggi ti ritrovi a fare la stessa cosa, quasi in automatico? Non serve trovare subito le risposte, già accorgerti del gesto che ripeti è tanto.

Quel posto non ti definisce: resta una parte della tua storia, e puoi tornarci quando ti serve, senza doverti identificare in quel ruolo per sentirti te stessa. Io credo che conoscersi sia anche questo, riconoscere da dove veniamo e scegliere, ogni giorno, come vogliamo stare con gli altri, ed è già una pratica di libertà.


Valeria V.


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