Presenza
Quando tutto sembra giusto, perché dentro qualcosa continua a non tornare?

Conosci quella sensazione di svegliarsi al mattino e pensare alla giornata appena iniziata come una lunga serie di check list da spuntare? Sì, inclusa la colazione! E poi subito dopo rispondere alle email, il meeting, la spesa, la passeggiata con il cane, la palestra, etc. Nella nostra testa ci sembra che sia tutto normale, che vada tutto bene, che stiamo compiendo i nostri doveri a testa alta, ma la sensazione è quella di dover andare sempre di fretta. Sentiamo di dover terminare ognuna di queste attività il prima possibile, di non poterne mancare nemmeno una altrimenti non saremo stati all'altezza, e che tutto dipenda esclusivamente da noi, dai nostri sforzi, dalla nostra performance, dal nostro impegno. Per poi a fine giornata aver dato tutto ma sentire qualcosa dentro che ci fa sentire disallineati, incompiuti.
Continuiamo a correre, ogni attività sembra indispensabile, ogni notifica richiede una risposta. Ogni momento libero viene riempito da qualcosa. Come se il silenzio fosse diventato un lusso, o forse una minaccia.
Forse corriamo perché fermarsi significa incontrare qualcosa che abbiamo imparato a evitare. Perché è proprio in quel vuoto, anche solo di 10 minuti, che entriamo davvero in contatto con noi. È in quel vuoto che riusciamo a sentire il rumore dei nostri pensieri incessanti e ci rendiamo conto della nostra mente irrequieta. È in quel vuoto che possiamo sentire le sensazioni del corpo che ci danno dei segnali, e che si traducono in tensione, ansia, paura. E al nostro cervello non piace tutto questo, al nostro cervello è stato impedito di accettare di mettersi in ascolto, di transitare queste emozioni, allora ci convince che fare tutto quello che "è giusto" sia l'unica maniera possibile di vivere le nostre giornate, le nostre vite. E in maniera automatica, impariamo giorno dopo giorno a non sentire, a non ascoltarci, a non percepire il nostro corpo, e creiamo una distanza sempre più grande con la nostra presenza.
Ma cosa succederebbe se ci concedessimo il lusso di viverli quei 10 minuti di vuoto? Cosa succederebbe se per soli 10 minuti al giorno, fermassimo qualunque attività, rumore mentale, schermate dei telefoni, distrazioni, aspettative? Accadrebbe qualcosa di davvero potente, impareremmo a rimanere da soli con noi stessi.
Eckhart Tolle racconta che il momento decisivo della sua vita è stato quando ha smesso di identificarsi con il flusso incessante dei propri pensieri. Da quel momento ha iniziato a osservare la mente, invece di esserne trascinato. Forse è proprio questo il punto, diventare degli osservatori, dei testimoni imparziali. Non eliminare i pensieri, ma accorgersi che esiste uno spazio tra noi e ciò che pensiamo.
Immagina quante cose cambierebbero in quei 10 minuti. E se poi li moltiplicassimo per tutti i giorni di una settimana, di un mese, di un anno? Accadrebbe una piccola ma potente trasformazione... Vivere nel qui e ora. E quella sensazione di fretta, anche per 10 minuti al giorno, scomparirebbe come se non fosse mai esistita. Finalmente riusciresti a sentire ogni piccola sensazione come se fosse enorme, a renderti conto dello spazio in cui ti trovi. E no, non serve chiudere gli occhi necessariamente, potrebbe essere anche solo fermarsi a guardare l'orizzonte, osservandolo davvero, sentire la sensazione dell'aria sulla pelle, il rumore del battito del tuo cuore, il moto incessante dell'inalazione e dell'espirazione del tuo respiro.
Forse non abbiamo bisogno di cambiare vita. Abbiamo bisogno di tornare ad abitarla.
E a volte bastano dieci minuti di presenza quotidiani perché qualcosa dentro ricominci lentamente ad allinearsi.
Se questi dieci minuti ti riguardano, "Abitare il proprio ritmo" è l'esperienza che li trasforma in una pratica quotidiana.

