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DISCERNIMIENTO

Tornare a Casa dentro di sé, secondo lo yoga

Basta scorrere Instagram per qualche minuto per trovare un percorso, un metodo o un corso, spesso anche molto costoso, o qualcuno che parla di manifestare, di legge dell'attrazione, etc., e che ti invita a tornare a casa, a tornare a te, e quasi sempre la casa che promette ha l'aspetto di una vita più bella di quella che hai, con i sogni realizzati, i desideri esauditi e quella versione di te che finalmente ha successo, etc. È un concetto di cui adesso parlano in molti, e lo incontriamo soprattutto quando ci addentriamo in un cammino spirituale, quello che dovrebbe portare dalla superficie dell'io alla profondità del Sé, della nostra natura più autentica. Lungi da me fare una critica, ma siamo su questo mondo anche per osservare e discernere, e quando ho provato a guardare da vicino questa idea mi sono accorta che lo yoga ne parlava già quasi duemila anni fa, in un modo molto più semplice e, se vogliamo, molto meno vendibile.

Negli Yoga Sūtra di Patañjali, uno dei testi più antichi dello yoga, c'è una riga che dice tadā draṣṭuḥ svarūpe avasthānam, "allora chi osserva dimora nella propria natura". È il terzo sūtra del primo capitolo e quell'allora ci riporta al sūtra precedente, l'1.2, yogaś citta-vṛtti-nirodhaḥ, dove lo yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente: è proprio quando il flusso di pensieri, ricordi, preoccupazioni e giudizi smette di portarci sempre da un'altra parte che succede quello che Iyengar, nel suo commento, descrive così: "rivelato nella sua natura, colui che vede, testimone luminoso, dimora nella propria grandezza". Svarūpa è la propria forma, avasthānam è lo stare, il dimorare, e la cosa che mi colpisce ogni volta che la rileggo è che in questa frase la casa c'è già, e la si ritrova quando il rumore si abbassa e resti tu, così come sei.

Patañjali scriveva in un tempo e in una cultura lontanissimi dai nostri, quando non esistevano ancora le condizioni per desiderare di raggiungere questo o quello, di non volere la propria vita o di voler essere qualcun altro, e la ricerca, immagino, partiva da dentro e restava dentro (è una mia supposizione, non ero lì!). Il messaggio che torna più e più volte nei sūtra è che si tratta di togliere, non di aggiungere, di fermarsi invece di attivarsi, di sostare e di osservare invece di desiderare, e come può tradursi tutto questo? Che probabilmente nessun cammino spirituale ti porterà davvero da qualche parte! Né un guru che pensa di sapere tutto, né un corso per imparare a essere qualcuno che non sei, né un mentore che cerca a tutti i costi un problema dentro di te che magari nemmeno esiste. Il senso del viaggio non è mai stato questo.

Il sūtra che viene subito dopo, l'1.4, dice vṛtti sārūpyam itaratra, cioè che negli altri momenti, quando la mente non si quieta, e succede quasi sempre, ci identifichiamo con i suoi movimenti e finiamo per diventare la preoccupazione di stamattina o il giudizio che ci è sembrato di leggere negli occhi di qualcuno. Unendoci a loro perdiamo di vista la nostra grandezza. È da lì che nasce gran parte di quello che chiamiamo bisogno, perché quando senti di dover avere qualcosa, di fare questo, di essere quello, è l'ego a desiderarlo, quel personaggio fatto di maschere e di costrutti della mente che lo yoga invita a sciogliere piano piano, e non la tua natura, la tua essenza o la tua Anima, chiamala come senti più tua. Le nostre vite sono già piene, a volte troppo piene, eppure quel bisogno continua a parlarci di mancanza, e vale la pena chiedersi da dove arriva davvero.

E quindi cosa possiamo fare di tutti questi concetti, desideri, ambizioni di unirci al nostro Io Superiore? Nella vita di tutti i giorni non serve niente di speciale, magari solo qualche minuto prima di entrare in un'attività che ci costa di più, prima di dire sì a quell'amico o familiare o datore di lavoro, per sentire il respiro e chiederti cosa c'è sotto il rumore. La prossima volta che senti il bisogno di qualcosa, che sia comprare, cambiare, iniziare l'ennesimo percorso, prova semplicemente a osservarlo senza seguirlo subito, a chiederti da dove arriva e a lasciargli un po' di spazio: probabilmente si dissolverà presto, perché non veniva dal più profondo di te, e se invece resta, allora merita di essere ascoltato davvero. E se il rumore torna, perché sì, è normale che torni, la pratica è proprio questa, accorgersene e tornare, ogni volta.

DIMORA nasce anche da qui, da quella parola, avasthānam, e dall'idea che conoscersi voglia dire imparare la strada per tornare in quel posto ogni volta che ci si allontana, tra quello che c'è da fare e quello che pensano gli altri. E tu, quando ti senti a casa dentro di te? Qualunque sia la risposta, quel posto c'è già, e tutto questo si può fare senza comprare niente, perché la chiave è dentro di te.


Valeria V.

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